Di Goran (del 17/09/2009 @ 19:52:09, in generale, linkato 535 volte)
Guido si sente molto attratto da Silvana, così una sera la invita ad andare al cinema e lei accetta. Si divertono molto quella sera.
Alcuni giorni dopo lui la invita a cena e di nuovo passano una bellissima serata e nel giro di poco tempo si fidanzano.
Una sera, in auto, rincasando, Silvana senza pensarci troppo dice: "Sai che oggi sono sei mesi che ci Vediamo Cala il silenzio nell'auto.
A Silvana quel silenzio sembra pieno di significati e comincia a pensare: "Oddio! Forse questo mio commento gli avrà dato fastidio, forse crede che io voglia forzarlo a prendersi un impegno maggiore, che lui non desidera o del quale non è sicuro...". In quel momento, invece, Guido sta pensando: "Ma guarda, sei mesi...".
E Silvana pensa: "Ma neanche io sono veramente certa di volere questo rapporto. A volte mi piacerebbe avere un po' di libertà, di avere tempo per me, per pensare a ciò che voglio veramente... Continueremo a vederci a questo livello di intimità? Ma io sono pronta per questo tipo di impegno? Conosco davvero quest'uomo?".
Mentre Guido pensa: "Quindi questo significa che era... vediamo... febbraio quando iniziammo, giusto dopo aver lasciato il meccanico, cioè... vediamo il contachilometri... merda, devo cambiare di nuovo l'olio!"
Silvana pensa: "È sconvolto. Glielo leggo in faccia. O forse sto interpretando male. Forse vorrebbe di più dal nostro rapporto, più intimità; forse ha capito prima di me che ho delle riserve. Sì, è questo. Ha paura di sentirsi rifiutato".
Guido pensa: "Devo dirgli di guardarmi di nuovo il carburatore. Quest'auto cammina come un trattore". Silvana pensa: "È arrabbiato. Anch'io lo sarei. Dio, mi sento cosi colpevole nel fargli passare tutto questo, ma non posso evitare di sentire quello che sento. E non mi sento sicura".
Guido pensa: "Mi diranno che ha solo tre mesi di garanzia!".
Silvana pensa: "Forse sono troppo idealista, aspetto che arrivi il principe azzurro sul suo cavallo bianco quando ho al mio fianco una persona comune, ma buona, con la quale mi piace stare, che è importante per me e alla quale io importo. Una persona che soffre per le mie egocentriche fantasie da adolescente romantica...".
Guido pensa: "Vogliono una garanzia? Gliela dò io la garanzia!".
Silvana dice a voce alta: "Guido!". Guido, sorpreso, risponde: "Cosa?". E Silvana dispiaciuta e con gli occhi velati di lacrime: "Per favore, non ti torturare così. Forse non avrei dovuto dirti... Dio, mi sento così..." e si interrompe singhiozzando.
Guido, che non capisce cosa stia succedendo, chiede: Cosa c’e? .
E Silvana, sempre singhiozzando: "Sono così stupida! Voglio dire, lo so che non esiste quel principe; non esiste né cavaliere né cavallo...". E Guido, molto stupito mormora: "Non c'è cavallo?". E Silvana, guardandolo di sottecchi: "Pensi che sono stupida, vero?".
Guido, contento di avere una risposta, esclama: "Ma no! .
E Silvana, con tono di scuse: "È solo che... ho bisogno di un po' di tempo, mi capisci...". Segue una pausa di quindici secondi durante la quale Guido, pensando il più velocemente possibile, cerca una risposta e poi titubante tenta con un: "Certo che ti capisco".
Silvana, emozionata, prende la sua mano: "Oh, Guido davvero pensi questo?". "Ah, sì... certamente...".
Silvana si volta per guardarlo e fìssa i suoi occhi, rendendolo alquanto nervoso per quello che lei gli potrà dire, soprattutto se ha a che vedere con un cavallo.
Alla fine lei gli dice: "Grazie Guido". Lui l'accompagna a casa e lei va a letto e, come un'anima torturata, piange fino all'alba. Intanto Guido torna a casa, apre un sacchetto di patatine, accende la TV e si immerge nella replica di una partita di tennis. Una debole vocina, situata in un angolo lontano della sua mente, gli dice che qualcosa di importante è successo nell'auto quella sera, ma lui l'azzittisce dicendondosi che tanto non c'è modo di saperlo, quindi meglio non pensarci.
Il giorno dopo Silvana telefonerà a una delle sue amiche e parleranno della cosa per sei ore di seguito. In forma dolorosamente dettagliata analizzeranno tutto ciò che lei ha detto e tutto quello che lui ha risposto, ritornando su ogni punto una e più volte, esaminando ogni parola, considerando ogni possibile ramificazione. Continueranno a discutere per settimane, senza arrivare a conclusioni, ma senza mai annoiarsi.
Intanto Guido un giorno, guardando una partita di calcio con un amico, distrattamente chiederà: "Livio, sai per caso se Silvana ha un cavallo?".
Di Goran (del 10/09/2009 @ 21:10:13, in Politica, linkato 157 volte)
La lettera a Napolitano. Domenica il Presidente Giorgio Napolitano ha visitato Onna e poi ha assistito al concerto di Riccardo Muti nella caserma di Coppito. Ai cronisti ha detto di avere incontrato "gente sorridente, che crede molto nelle istituzioni". Vittorio Alvino, del comitato Rete AQ, gli ha scritto questa lettera aperta, sottoscritta e condivisa da tutti gli altri Comitati (Da 3.32 a Campagna 100%) che vogliono una ricostruzione vera della città e degli altri Comuni.
Caro Presidente, le cronache sulla sua visita di ieri nella nostra città, a cinque mesi dal terremoto del 6 aprile, parlano del calore con cui gli aquilani l'hanno accolta e riferiscono del conforto da lei espresso nel vedere, dopo tutto quello che è successo, "fiducia e gente sorridente" che "crede molto nelle istituzioni". Altro, a parte le note di colore, non è stato riportato. Sappiamo che ha parlato con i responsabili della Protezione Civile, con i rappresentanti locali. Ha avuto modo di chiedere, di vedere e di informarsi. Ma non ha aggiunto altro.
E' vero caro Presidente. Noi, anche quelli che non erano lì a stringerle la mano o ad ascoltare l'inno di Mameli, crediamo molto nelle istituzioni. Anzi moltissimo. Perché per noi le istituzioni rappresentano la possibilità di affrontare insieme i problemi di una comunità per risolverli insieme. Quindi dato che di problemi, dal 6 aprile, ne abbiamo un po' più del normale, nelle istituzioni crediamo molto, anche perché ne abbiamo molto bisogno. Questo lei lo sa, lo ha visto. Ha visto la distruzione immensa. Sa, come tutti noi, che da un evento del genere non ci si riprende se non attraverso sforzi collettivi eccezionali e soprattutto attraverso le scelte giuste. Altrimenti, semplicemente, le città e i paesi muoiono.
Ha visto, caro Presidente, il sorriso riaffiorare su qualche volto degli abitanti di Onna. Perché dopo i troppi lutti e la sofferenza di cinque mesi di tenda, potranno avere un tetto nel piccolo villaggio di case di legno che sorge accanto al paese distrutto. Ha potuto capire, caro Presidente, che la speranza è nel poter riallacciare i fili spezzati con le persone e i luoghi. E' poter restare insieme e restare lì. Vicino alla tua casa rotta, o mezza rotta, smozzicata, scoperchiata, ma che è la tua casa. La speranza è di ricostruire la casa, la scuola, le strade e le piazze e di ritrovarsi insieme.
Ma sulla strada che dall'Aquila conduce ad Onna, caro Presidente, avrà visto anche il cantiere di Bazzano, dove si costruisce il più grande dei 19 nuovi insediamenti destinati ad ospitare chi ha perso la casa. E' il Piano C. A. S. E. voluto dalla istituzione Protezione Civile, previsto da un decreto legge dell'istituzione Governo, convertito in legge dall'istituzione Parlamento, approvato con il sostegno convinto dell'istituzione Regione Abruzzo e con l'avvallo delle istituzioni Provincia e Comune dell'Aquila. E questa è tutta un'altra storia. Ed è, purtroppo, quella vera che nulla ha a che vedere con la vicenda di Onna, è il suo contrario.
Il Piano era già pronto, ambizioso e innovativo: per la prima volta gli sfollati non sarebbero stati ridotti in roulotte o container ma, dopo qualche tempo in tenda, avrebbero avuto direttamente case vere, antisismiche, ecologiche e con tutti i comfort. Circa 5.000 abitazioni per circa 15.000 persone, che vi avrebbero abitato il tempo necessario a ricostruire la propria casa.
Così 30 mila persone sono state tenute in tenda per cinque mesi e altrettante, lontane negli alberghi della costa abruzzese, perché tutti, in autunno, avrebbero potuto avere un tetto: chi riparando i danni lievi della propria abitazione, chi trovando posto nelle nuove C. A. S. E.. Ma, caro Presidente, non è andata così. Non gliel'hanno detto?
Le tende hanno cominciato a toglierle davvero, solo che le case danneggiate non sono state riparate e le C. A. S. E., quando saranno tutte consegnate (dicembre? febbraio? aprile?), non basteranno. Per cui le persone dalle tende vengono trasportate in caserma o in albergo - la destinazione viene comunicata poco prima in modo da ridurre il rischio di rimostranze. Gli alberghi dell'aquilano sono pieni e quindi decine di migliaia di persone dovranno essere piazzate in altri territori e province. Chi ha la fortuna di avere ancora lavoro a L'Aquila o ha un figlio da mandare a scuola, potrà viaggiare con mezzi propri o autobus navetta, questi - pare - messi a disposizione dalle istituzioni. Gli altri staranno lì in attesa degli eventi.
Questa è la storia di una devastazione annunciata, caro Presidente. Lo smembramento delle comunità, praticato all'indomani del terremoto, viene proseguito dopo cinque mesi e perpetuato in quelli avvenire. Perché non si è saputo e non si è voluto dare priorità alla ricostruzione ma alla costruzione del nuovo. E poi l'antico adagio resta valido: divide et impera. Se vuoi comandare sulle persone, tienile separate. Nei campi tenda, dove le persone per forza stanno insieme, è vietato distribuire volantini, è vietato riunirsi e discutere liberamente. I diritti e le libertà costituzionali, caro Presidente.
Con tutte le nostre forze, da subito, abbiamo chiesto alle istituzioni che venissero risparmiate sofferenze, denaro pubblico e le bellezze del territorio, ricorrendo a case di legno, prefabbricati e simili. Soluzioni rapide (4 settimane per averle pronte), economiche (un terzo di una C. A. S. A.), dignitose, sicure, che permettono di restare vicini nel proprio territorio da ricostruire e che possono essere rimosse quando non serviranno più. Ma non c'è stato nulla da fare. Le istituzioni non hanno voluto ascoltare.
Bisogna costruire le nuove C. A. S. E. In fretta, 24 ore al giorno, spendendo i soldi che ci sono davvero - 710 milioni di euro - e usando pure quelli donati dagli italiani. Tirando su insediamenti che saranno definitivi in tutta fretta, dove capita, senza logica urbanistica, senza minimamente rispettare criteri di prossimità ai nuclei precedenti. Intanto, tutto il resto, con l'inverno alle porte, è fermo. Il riparabile non viene riparato, il centro storico resta immerso in un silenzio spettrale. Perché?
Che farebbe lei caro Presidente, se a cinque mesi dal terremoto non sapesse dove trovare una sistemazione per la sua famiglia, una scuola per i suoi figli, un lavoro che ha perso? Se non avesse la minima idea di come e quando potrà riparare la sua casa, ammesso che ne abbia ancora una? Molti, troppi, non hanno potuto fare altro che andare via. Accettare che, almeno per un po', a L'Aquila non è possibile tornare. Ma se non ora, dopo cinque mesi, quando? Lo spopolamento in atto, diventerà progressivo e definitivo se qualcosa di importante non cambia e subito.
Tutto questo l'abbiamo denunciato, chiesto, urlato, ogni volta che abbiamo potuto e come abbiamo potuto. Di tutto questo nessuno le ha detto nulla? Perché nemmeno una perplessità, un dubbio nelle sue parole di ieri sulle scelte fatte?
Caro Presidente, ha ragione, noi ci crediamo davvero nelle istituzioni. Eppure si sbaglia, caro Presidente, perché di fiducia non ce n'è più. La supponenza, l'arroganza, l'ignoranza, la complicità, gli interessi inconfessabili, l'incapacità e l'inettitudine logorano la fiducia nelle istituzioni. Come pure il silenzio.